IL
MISTERO DELLA TRINITA’ CELATO NEI LIBRI DELL'ANTICO TESTAMENTO
Prologo
Se la prima attenzione del fedele non può che concentrarsi sulla figura di Cristo che completa e
conclude la Rivelazione - o svelamento della verità salvifica - comunicandoci
il mistero della realtà trinitaria, è opportuno chiedersi se e dove la
Scrittura relativa alla prima Alleanza ha presentato Dio e la sua azione quale
Trinità, sia pure in modo velato.
Se lo chiede, ad esempio, S. Agostino nel “De Trinitate”
concludendo che scoprire la Trinità dietro le teofanie veterotestamentarie è
compito non facile.
Nel caso del colloquio tra Dio e Adamo, il Dottore non è affatto certo se
la manifestazione divina debba intendersi totalmente trinitaria o relativa ad
una soltanto delle Persone: «Chi dunque possiede la forza di penetrare
con l’acume dello spirito questo enigma, così che chiaramente comprenda che
anche il Padre, ovvero solo il Figlio e lo Spirito Santo possano manifestarsi
agli occhi degli uomini per mezzo delle creature visibili, continui nelle sue
riflessioni e, se può, ne prepari l’esposizione e l’analisi. Tuttavia la cosa,
per quanto riguarda questo passo della Scrittura in cui è detto che Dio ha
parlato all’uomo, mi pare misteriosa»[1].
In altri casi è comunque arduo verificare se e come la teofania possa
acriversi ad una peculiare operazione o proprietà ab extra
trinitaria o a qualche particolare dinamismo.
È certo che il modo che ha la Scrittura di riferirsi a Dio è quantomai
variegato. A parte l’uso frequente ed esclusivamente redazionale del Tetragramma sacro (YHWH) e dei
sostitutivi Elohim e Adonai (Signore), c’è una ricca simbologia semantica o
figurativa che accompagna la presenza e l’azione del Santo d’Israele.
Spesso Dio si rivela come “Angelo del Signore”, o con nomi legati a
località specifiche (El Elion, El Shaddai, El Olam, ecc…) o nei prodigi della
natura (colonne nere o di fuoco, roveto ardente, fenomeni vulcanici).
Insomma, l’Antico Testamento offre un largo ventaglio di epiteti o di
rimandi a realtà visibili e intelligibili. Solo apparentemente, però, tale
complessità può essere percepita come caotica.
Sembra, invece, che l’autore sacro voglia penetrare sempre più in
profondità nel mistero divino con l’accorgimento di arricchire il linguaggio a
tutto vantaggio del lettore, il quale disporrà di ulteriori riferimenti tanto
conoscitivi quanto incoraggianti circa l’opera salvifica del Dio buono.
Ogni libro biblico ha, pertanto, un approccio semantico suo proprio che
risente sia dell’epoca di redazione del testo, sia del messaggio teologico ivi
contenuto.
Di seguito analizzo alcuni passi peculiari.
Antico Testamento
2.1. Genesi
L’imponente “inno sabbatico” di Gen 1, 1-31 / 2, 1-4a, che apre il Pentateuco, descrive e glorifica l’opera del Dio Creatore.
In particolare, i primissimi versi rivelano almeno due operazioni divine: «In principio Dio creò il cielo e la terra. […] e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. Dio disse: “Sia la luce!” E la luce fu»[2].
A parte la considerazione sulla redazione plurale del soggetto “Dio” (Elohim), si notano due verbi significativi attribuiti all’azione divina: “aleggiare” e “dire”. Essi rimandano, almeno idealmente, alla processione trinitaria della “spirazione” ed al proprium del Figlio di essere Verbo o Logos divino.
Successivamente, il verso 2, 24 introduce il grande mistero della generazione sessuale tra coniugi: «Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne». Di questa unione sponsale San Paolo affermerà: «Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!»[3]
Già, dunque, nella descrizione di quello che fu posto “in principio” sono, perlomeno adombrati, i riferimenti trinitari al Padre creatore, al Figlio che prende dimora presso il suo popolo (incarnazione) o che squarcia il silenzio con la sua Parola e allo Spirito Santo pneumatico che percorre gli abissi in guisa di colomba.
Un ulteriore tema esegetico che affronta pure Agostino è l’avvenimento occorso ad Abramo presso la Quercia di Mamre[4]. Anche il Dottore conviene, al pari di altri teologi, che i tre angeli apparsi ad Abramo possano essere la manifestazione delle Persone della Trinità: «[…] Ma, poiché apparvero tre, senza che di alcuno di essi si dica che aveva preminenza sugli altri per natura o per l’età o per la forza, perché non dovremmo riconoscere qui manifestata in maniera visibile, attraverso una creatura visibile, l’uguaglianza della Trinità e l’unità e l’identità della sostanza nelle tre Persone?»[5]
Stessa intuizione ebbe il pittore di icone Andreij Rublëv, il quale ripropone il celebre tema dei tre angeli e ne fa un canone pittorico della Trinità[6].
2.2. Esodo
Le teofanie più importanti, citate nel libro, sono riconducibili alla persona di Mosè o agli avvenimenti precedenti e susseguenti la fuga dall’Egitto.
L’angelo di YHWH che si rivela nel roveto ardente; i prodigi nell’Egitto (piaghe); l’angelo sterminatore; la colonna di fuoco; il vento che prosciuga il mare di giunchi; la manna; la nube gloriosa sull’Oreb (Sinai); il passaggio della gloria di YHWH dinnanzi a Mosè.
Alla luce del Nuovo Testamento tutta questa simbologia non è particolarmente oscura. Si intravvedono, ad esempio, i segni dell’Eucaristia nell’evento della manna, o lo spirare dello Spirito d’Amore nelle manifestazioni con il fuoco o il vento, o la giustizia provvidente del Padre dietro i grandi prodigi che avrebbero dovuto piegare la superbia egiziana.
Il tutto però appare estremamente unitario e coeso, nel senso che si avverte la presenza di un’unica volontà salvifica al di là della moltitudine dei segni e dei simboli. Ne è indizio anche l’atteggiamento monolatrico (sia pure idolatrico, a volte) del popolo dell’Alleanza, in costante incontro-scontro con una divinità magari inaccessibile, ma sicuramente unica ed unitaria.
Vedrei quindi assente qualsiasi atteggiamento multilatrico o, comunque, riconducibile ad un “triteismo”.
2.3. Salmi
Sono da considerare primariamente quei salmi citati dallo stesso Signore Gesù, come argomento a favore della connaturalità tra il Figlio e il Padre e contro la trattazione farisaica che trova assurda la possibilità per un uomo il farsi simile a Dio.
Cristo, quindi, ci ricorda queste due realtà: «Ha detto il Signore al mio Signore: siedi alla mia destra […]»[7]. «Io ho detto: voi siete dèi»[8]. Il salmista veterotestamentario sembra qui voler riproporre gli antichi schemi teologici di un Dio supremo che si innalza al di sopra delle altre divinità dei pantheon cananei, mesopotamici o egiziani. Il Cristo, invece, introduce la corretta interpretazione, che contempla il Dio Uno e Trino, la cui volontà è la beata salvezza dell’uomo, intesa come co-partecipazione alla vita eterna e divina.
Altri salmi sono di forte sapore trinitario o, perlomeno, messianico. In Sal 2, 7 il Signore si rivolge così al Re Messia: «Tu sei mio figlio; io oggi ti ho generato».
La spirazione, la voce e la potenza divina vengono qui celebrati: «[Il Signore] cavalcò un cherubino e volò. […] tuonò nei cieli. L’Altissimo emise la sua voce. Scagliò le sue frecce e li disperse»[9].
Lo Spirito procede dal Figlio: «La voce del Signore produce lingue di fuoco»[10].
Certamente, il salmista è concentrato sulle “operazioni” divine e sulla relazione paterna di Dio nei confronti dell’uomo. Non è raro trovare salmi che celebrano la paternità divina. Ad esempio: «Come un padre ha pietà per i suoi figli, così il Signore ha pietà per quanti lo temono»[11]. Chiaramente non si supera l’allegoria o la metafora, ma le parole sono tanto più significative quanto più il lettore è persuaso circa la veridicità di quanto il Cristo ha rivelato.
2.4. Sapienziali (Proverbi, Qoelet, Cantico dei Cantici, Sapienza, Siracide)
Caratteristica comune della raccolta è il riferimento (implicito o esplicito) al Re Salomone come autore, o almeno ispiratore, della tematica sapienziale.
A tal punto, anzi, il tema della Sapienza è centrale che è possibile attribuire ad essa quasi una “personificazione”, nella quale i Padri non potranno non riconoscere la figura di Gesù Cristo. A questo proposito, il pensiero a Dio rimanda ad una dimensione cristologica, non di tipo messianico, ma sostanziale.
Nei Proverbi la Sapienza assume caratteristiche antropomorfe: «In cima alle alture, lungo la strada […] grida: “Voi, uomini, io chiamo, grido ai figli dell’uomo.”»[12]. Ma, parallelamente ha connotati divini: «Dall’eternità sono stata costituita, dall’inizio, prima dei primordi della terra. Quando non c’erano gli abissi io fui partorita […]»[13]. Si può notare, poi, la rassomiglianza tra Pr 9, 1 - «La Sapienza ha costruito la sua casa […]» - e Gv 1, 14 - «E il Verbo si fece carne, e pose la sua tenda tra di noi».
Qoelet tocca la riflessione sulla sapienza, ma la sua indagine è limitata alla considerazione sul destino umano e sulla ricerca della virtù e della saggezza.
La chiave di lettura del Cantico di Salomone è il saper cogliere l’identità dei due mistici “sposi”, nei quali la patristica ha riconosciuto il Cristo e la Chiesa, Dio e il popolo della salvezza, Dio e l’uomo. Ritorna, allora, la dimensione sponsale di Gen 2, 24 che ispira l’esultanza di San Paolo a proposito del mistero celato dietro il congiungimento carnale umano[14].
Nel Cantico c’è molto del Figlio, come sposo, e molto dell’amore dello Spirito Santo. Il testo è pervaso da una dolcissima atmosfera nuziale espressa con gli atti del rincorresi, del giocare sui prati primaverili, del nutrirsi dei frutti più squisiti, del tenero scambio di attenzioni e parole. Anche qua, però, la fortissima tensione unitaria non permette di ipotizzare alcun riferimento ad una pluralità di dèi. Nel senso che lo spirito è assorto nella ricerca di un unico talamo nuziale, un’unica dimora eterna, un solo amante, un unico amore espresso dall’intima unione tra le persone.
Considero adesso il libro della Sapienza. Più che in altri testi, è qui presente un riferimento abbastanza preciso alla “natura divina” della Sapienza, come anche titola la Bibbia in mio possesso[15] all’inizio della pericope che riporto: «In essa [nella Sapienza] c’è uno spirito intelligente, santo, unico, molteplice, sottile, mobile, perspicace, senza macchia, terso, inoffensivo, amante del bene, acuto, irresistibile, benefico, amante dell’uomo, immutabile, fermo, senza preoccupazioni, onnipotente, onniveggente e che penetra tutti gli spiriti intelligenti, puri e sottilissimi»[16]. La Tradizione, giustamente, non ha ritenuto di dover attribuire tali qualità ad un entità oggettiva e inanimata, ma piuttosto ad un ente personale.
Più avanti, in Siracide, è detto che la Sapienza è «uscita dalla bocca dell’Altissimo»[17], quasi ad intendere la processione per spirazione dello Spirito Santo dal Padre. Ma più avanti si legge che «il Creatore di tutto mi diede un comando […]: metti la tua tenda in Giacobbe […]»[18] assumendo un tono decisamente cristologico.
Il tutto non è ben definito. C’è sempre l’impossibilità umana di poter guardare Dio “faccia a faccia”.
È comunque evidente, per chi ha potuto conoscere la pienezza della Rivelazione in Cristo, avvertire specialmente in Sapienza e in Siracide una forte connessione - almeno formale - alla realtà trinitaria.
2.5. Profeti posteriori maggiori
Nel corso della storia della salvezza, i profeti sono quelle figure che parlano “al posto di” o “davanti a” Dio: lo annunciano, ne preparano “le stade”. Se però i profeti riferiscono le parole o la Parola di Dio, primariamente si è reso necessario un dialogo o, perlomeno, una comunicazione tra Dio ed il profeta designato.
Il profeta, cioè, è stato testimone di un evento teofanico del quale darà un successivo annuncio al popolo d’Israele.
Cosa vede o sente un profeta? Una molteplicità di cose: sogni, visioni, voci, acclamazioni, frustrazioni psichiche o corporali, prodigi nella natura. Insomma, nella profezia è impegnata ogni facoltà propriamente umana - fisica, psichica e spirituale.
Un primo effetto, dato dalla predicazione e dall’esempio dei profeti, è il rinvigorirsi della tensione messianica ed escatologica. Il Messia dei profeti, in genere, è un Re di gloria che verrà a ristabilire la solidità delle Case d’Israele e di Giuda.
Seppure ancora lontana la comprensione di un’incarnazione di Dio nella storia, indubbiamente i profeti veterotestamentari (pur non consapevoli) parlano dell’avvento di Gesù Cristo e, solo in questo senso, si può dire che anche i libri profetici espongano un Dio Trinità.
Può capitare che il Re Messia, che deve venire a salvare il suo popolo, non sia descritto sempre come glorioso. È il caso nei “quattro canti del servo sofferente” contenuti in Isaia. Nell’ultimo canto[19], il Messia è raffigurato in atteggiamento di prostrazione e sofferenza.
Altrove Isaia, viceversa, presenta Dio come Qadosh (santo, distaccato) e ne ha una visione di grande potenza e gloria, di smisurata immensità. Colpisce anche la numerosa varietà della corte celeste, dove angeli e spiriti esultano adoranti l’Altissimo.
Strana anche la figura dell’inviato di Dio al cap. 61: «Lo spirito del Signore Dio è su di me, perché il Signore mi unse […]». Tutto sommato è facile individuare l’aspetto trinitario, per il cristiano che legge Isaia, perché Dio è presente sotto varie sfaccettature.
Ritroviamo le parole di Is 61, quasi
invariate, nel Vangelo di Luca
(4, 18-19), pronunciate e reinterpretate da Gesù. Dico reinterpretate, nel senso che il profeta del quale
parla Isaia è il Cristo medesimo, che in greco significa “unto”. In questa luce interpretativa,
vediamo come la profezia si trasforma in “dossologia”, ovvero in un inno
alla Santa Trinità. È, infatti,
presente il riferimento allo Spirito Santo (“lo spirito di Adonai YHWH”), al
Padre (“YHWH”) e, chiaramente, al Figlio che è colui che sta parlando.
Evidentemente l’antico ebreo non aveva gli strumenti necessari alla completa interpretazione del teso sacro, semplicemente perché la pienezza del significato della Scrittura giungerà solo con l’avvento del Cristo.
In Ezechiele troviamo un’ennesima grande teofania, non immediatamente definibile come trinitaria. Parimenti al caso di Isaia, vi sono però molti riferimenti di sapore evangelico, come ad esempio la figura del buon Pastore[20].
Figura del buon Pastore ripreso anche in Geremia[21].
Sempre in Geremia c’è anche l’annuncio dell’Alleanza nuova[22]. Anche perché la vecchia è oramai irrimediabilmente compromessa dal precipitare degli eventi (prossima distruzione di Gerusalemme - 587 a.C.).
3. Epilogo
Il cristiano può ben vedere come tutta la Scrittura splenda della magnificenza che viene dalla Santa Trinità, dal Signore Dio, Uno ed Unico. Se anche la Rivelazione avvenne per gradi - per adattamento alla finitezza umana - tuttavia da dietro il velo che cela il “Deus absconditus” non può non manifestarsi l’opera salvifica, che è sempre opera di Dio. È tutta la Trinità che “vuole”, che “dice” e che “fa”. Pur non confuse, le tre Persone sono però unite in profonda intimità.
La pedagogia divina veterotestamentaria fa sì che il pio ebreo si accorga di un manifestarsi di Dio estremamente vario, di modo che si ottenga una graduale penetrazione nel mistero. L’economia trinitaria ab extra tiene quindi conto dei tempi e dei luoghi, nonché delle capacità razionali e fiduciali dell’uomo.
_____________________________
silvio
[1]
Agostino, “De Trinitate”, libro II - n.10,18
[2] Gen 1, 1-3
[3] Ef 5, 32
[4] Gen 18, 1-15
[5] Agostino, “De Trinitate”, libro II - n.11,20
[6] cfr. Florenskij, Pavel - “Le porte regali. Saggio sull’icona” - Adelphi - Milano, 1977 - p.62
[7] Sal 110, 1
[8] Sal 82, 6
[9] Sal 18, 11.14-15
[10] Sal 29, 7
[11] Sal 103, 13
[12] Pr 8, 2-4
[13] Pr 8, 23-24
[14] Vedi nota n°3
[15] Bibbia Tabor - Paoline - p. 944
[16] Sap 7, 22-23
[17] Sir 24, 3
[18] Sir 24, 8
[19] Is 52, 13 ss.
[20] Ez 34
[21] Ger 23
[22] Ger 31, 31-34