Personalità e vocazione di San Bonaventura da Bagnoregio
di Silvio Brachetta
Origini, giovinezza e vocazione
Giovanni di Fidanza[i]
nasce a Civita presumibilmente nel 1217[ii],
presso il comprensorio della Tuscia denominato anticamente novem pagi, sorto in epoca pre-cristiana ad opera degli Etruschi.
Questi eressero nove piccoli villaggi su altrettanti colli, secondo la
consuetudine edificativa applicata anche alla fondazione di Roma.
Tre di questi villaggi - Civita, Rota e Mercatello - optarono per la
fusione in un unico contado denominato, anche prima dell’epoca medievale,
Bagnoregio. È più corretto, quindi, riferirsi a Civita di Bagnoregio, per
indicare con maggiore precisione il luogo di nascita del santo Dottore.
Caduto infermo nella prima infanzia, Giovanni ottiene la guarigione grazie alle preghiere della madre, devota di San Francesco d’Assisi. E, al ritorno della salute, segue immediata anche la modifica del nome, dopo la grata e gioiosa esclamazione materna «Oh, buona ventura!». Da allora Giovanni di Fidanza fu soprannominato Bonaventura, dove quel “bona” al posto di “buona” tradisce l’inflessione dialettale tusca-teverina.
Sui primi anni della vita di Bonaventura, non vi sono discordanze
significative tra gli agiografi, anche per la penuria delle fonti. È del tutto
credibile, ad esempio, che fino ai diciott’anni (1235) egli abbia concluso gli
studi di base presso il convento San
Francesco vecchio in Bagnoregio, accolto come puer oblatus[iii]:
le uniche scuole nel basso medioevo avevano spesso la sede vicino ai conventi o
alle chiese e, ordinariamente, i giovinetti vi affluivano per la prima
formazione alle arti.
Nemmeno il successivo trasferimento a Parigi, per attendere agli studi superiori, ha dato eccessivi problemi esegetici. Pur in assenza di notizie dettagliate, si può considerare una particolare predisposizione di Bonaventura allo studio al quale, come poi dimostrerà esemplarmente, si dedicò con profitto.
Non è quindi azzardato supporre che i genitori o i docenti del giovinetto abbiano prospettato e realizzato il trasferimento, laddove avrebbe potuto conseguire una formazione adeguata alle sue capacità.
Ma perché Parigi? Jacques Guy Bougerol, nell’introduzione generale alle opere del Serafico[iv], definisce la Parigi bassomedievale «capitale intellettuale della cristianità».
C’è comunque da considerare quanto detto nel precedente capitolo[v] e cioè che durante il XIII secolo l’Università diventa il riferimento formativo e culturale primario per tutti gli studenti più dotati e, probabilmente, per gli educatori di Bonaventura fu una scelta quasi automatica optare per uno dei centri più prestigiosi, in merito alla filosofia ed alla teologia.
Con le arti liberali, Bonaventura dà inizio al suo curriculum di studi, che segue fino all’età di ventisei anni[vi].
Che nel 1243 il giovane studente sia entrato a fare parte dell’Ordine francescano non è messo in discussione, ma gli agiografi non hanno per nulla chiarito se la vocazione (o la decisione) in tal senso sia stata repentina o maturata durante il tempo della giovinezza.
Il già citato Mario Sgarbossa sembra propendere per la seconda ipotesi, affermando che «la materna spinta iniziale alla vita francescana fu l’avvio alla vocazione di Bonaventura»[vii].
Di parere diverso, se non opposto, è lo studioso Efrem Bettoni che, in una sua opera[viii] un po’ datata, sostiene la tesi di una conversione maturata sull’esempio della vicenda di Alessandro di Hales, maestro teologo del Serafico. Era accaduto che «Alessandro di Hales […] vecchio e ammirato Maestro [laico - ndr], era entrato nell’Ordine del Poverello d’Assisi nel 1231, suscitando un’impressione enorme»[ix]. Fu così che «il giovane Fedenza […] alla scuola di Alessandro maturò la sua vocazione francescana»[x].
L’ipotesi che però ritengo più vicina alla realtà direi sia quella del Bougerol, anche perché maggiormente documentata e analitica. Lo studioso francescano sottolinea il sussistere in Bonaventura quasi di una duplice vocazione: alla ricerca teoretica e alla vita religiosa proposta da San Francesco. Nel merito, Bougerol riporta un’epistola del Serafico: «Confesso davanti a Dio che la ragione che mi ha fatto amare di più la vita del beato Francesco è che essa assomiglia agli inizi e alla crescita della Chiesa. La Chiesa cominciò con semplici pescatori e si arricchì in seguito di dottori molto illustri e sapienti […] E perché le opere di Cristo non vengano meno, e non cessino di crescere, Dio ha compiuto quest’opera, giacché a una comunità di uomini semplici non hanno disdegnato di unirsi uomini sapienti […]»[xi].
Per comprendere a fondo questa sorta di “confessione”, è necessario tenere conto del fenomeno storico del francescanesimo, già brevemente descritto, durante il quale si può distinguere l’origine essenzialmente carismatica dalla successiva clericalizzazione dell’Ordine[xii].
Personalità e peculiarità vocazionale
Dunque, alla luce della genesi dell’esperienza francescana, si può ora comprendere più profondamente quanto detto da San Bonaventura nell’epistola che ho appena proposto, nel merito della propria vocazione. Vocazione che, per essere maggiormente focalizzata, necessità però di un approfondimento circa alcuni aspetti della personalità.
È chiaro che il Serafico è colpito tanto dalla figura e dal messaggio di San Francesco, quanto dallo splendore e dalla nobiltà dello studio e della cultura. Beninteso: sempre che questi ultimi siano esercitati in tutta umiltà, in quanto mezzi, ed epurati dallo spirito della curiosità morbosa.
Risultano questi sentimenti quando dice che «la vita del beato Francesco […] assomiglia agli inizi e alla crescita della Chiesa». Dove gli «inizi» dell’Ordine francescano corrispondono alla presenza di «semplici pescatori » e la «crescita» è rappresentata dal riferimento all’arricchimento dovuto alla presenza nella Chiesa di «dottori molto illustri e sapienti»[xiii].
Incontriamo, durante questa riflessione sulla vocazione, l’aspetto a mio avviso più importante – e decisivo per la speculazione teoretica sulla fede – della personalità di Bonaventura. Egli è un uomo dalla grandissima capacità di sintesi. Non è per amore del relativismo o del sincretismo che, in questo caso, egli considera del tutto normale accostare l’ideale francescano con l’amore nei confronti della teologia. Non si propone di unire o di fondere: egli sintetizza con estrema lungimiranza questa, come molte altre questioni che affronterà durante la vita. Gli autori concordano su questo punto[xiv].
Anche una semplice valutazione dei ritratti pittorici che di lui ci sono pervenuti, può aiutare a ricomporre la peculiarità della sua personalità.
Desta qualche stupore osservare l’iconografia del santo di Bagnoregio, perché è sempre rivestito - uno sopra l’altro - di due abiti differenti: il saio francescano ed i paramenti vescovili o cardinalizi. Di questa stranezza, però, adesso se ne può cogliere il senso. Pure l’aspetto esteriore tradisce la presenza del dono della sintesi.
Non capacità di accomodare due tesi contrastanti. Ma una reale forza d’introspezione che fu la grande fortuna, se si vuole, ma anche la fonte di fraintendimenti per coloro che si accostarono al suo pensiero.
Un autore difficile o, perlomeno, singolare. Ma non tanto per il modo d’espressione, peraltro meno tortuoso di quanto ci si figuri[xv]. È invece difficile l’interpretazione globale dei vari aspetti delle singole tematiche filosofiche o teologiche. Questo avviene perché allo studioso è richiesta, per una corretta esegesi bonaventuriana, se non la stessa dell’Autore, certamente una certa capacità di introspezione o discernimento.
Lo studioso che voglia “vedere” come “vide” Bonaventura non si potrà limitare, cioè, alla sola «lettura»[xvi] del testo, ma dovrà seguire il santo per la sua stessa strada: umiliazione, obbedienza, preghiera, sacramenti.
Sempre a proposito dell’opera Itinerario della mente in Dio, c’è un successivo passaggio che permette di focalizzare ulteriormente la personalità del Serafico.
Recatosi sul monte della Verna (1259) per un periodo di riposo e meditazione, incorre in un’esperienza mistica analoga a quella vissuta dal Poverello d’Assisi: la visione del Serafino alato. Ecco il suo racconto: «[…] e qui d’un tratto [ibique exsistens, sul monte - ndr] mentre meditavo su alcune vie che innalzano la nostra anima a Dio, si presentò alla mente, tra le altre considerazioni [inter alia], quel miracolo che proprio qui accadde al beato Francesco. E cioè la visione di un Serafino alato in forma di Crocifisso»[xvii].
Scorrendo la frase, potrebbe suonare un po’ stonata l’espressione inter alia, perché ci si potrebbe aspettare che un evento teofanico[xviii] cancelli dal ricordo ogni altro pensiero.
Se non proprio una teofania, direi che San Bonaventura abbia comunque subìto l’imporsi oggettivo di un avvenimento profondamente mistico. Si consideri, nel merito, il verbo latino exsistere, che può restituire, tra altri, i significati di “apparire ad un tratto” o “mostrarsi”; nonché il verbo occurrere, riferito ad “imbattersi”, “presentarsi” o “venire in mente”[xix].
Comunque sia, escluderei che l’esperienza del santo Dottore possa essere stata vissuta come una ripetizione dell’analoga, occorsa a San Francesco. Ma, anzi, si riscontrano sostanziali differenze rispetto all’esperienza di Francesco. Nel caso del santo Dottore, l’avvenimento si consuma prevalentemente nella sfera cognitivo-teoretica e sembra che nulla potrebbe verificarsi o manifestarsi, senza l’intervento della ratio umana. In Francesco si ha l’impressione del sopraggiunge della pura estasi e l’avvenimento somiglia ad un qualche genere esistenziale. In ogni caso, fortemente ed essenzialmente esperienziale-estetico.
A mio parere, le esperienze occorse ai due santi non possono definirsi analoghe, perché questo termine potrebbe generare un equivoco. Credo sia comune, alle due esperienze, l’iniziativa epifanica divina. Più che comune: è identica la causa (Dio). Ma ogni uomo ha una propria peculiarissima ed esclusiva vocazione, della quale fa parte anche il modo attraverso il quale Dio si manifesta al singolo.
Ho riportato l’episodio del Serafino alato per rilevare maggiormente le differenze e le somiglianze tra la vocazione di Bonaventura e quella di Francesco. E tra le due personalità.
Il primo si reca sulla Verna per pregare nella meditazione, anche filosofico-razionale[xx]. Il secondo è «inondato [sul monte - ndr] dalla dolcezza della contemplazione […] per divina ispirazione », senza ricorrere all’investigazione teoretica[xxi].
Il santo di Bagnoregio scrive, nell’epistola in questione: «Ti prego di avere, come me, zelo per la scienza […]»[xxii]. Il Poverello d’Assisi ha in sommo grado lo zelo del combattimento; quasi una pura vocazione militare[xxiii].
Anche il francescano Antonio Blasucci[xxiv], sempre in merito all’epistola citata anche dal Bougerol[xxv], presenta un Bonaventura entusiasta sia per l’interesse francescano verso la speculazione scientifica[xxvi], sia per la scienza in quanto tale[xxvii].
Più autorevole, nel merito, è il pensiero di Joseph Ratzinger, teologo e attuale papa Benedetto XVI, espresso nell’opera giovanile dedicata alla teologia della storia in San Bonaventura[xxviii].
A proposito dell’esperienza bonaventuriana della Verna, Ratzinger ammette che questa si impresse indelebilmente nello spirito del santo Dottore[xxix]. Ratzinger non parla di uno spirito generico, ma dello «spirito del teologo in meditazione»[xxx]. Da allora - da quando, cioè, redasse l’Itinerarium mentis in Deum, successivamente all’episodio mistico della Verna - il Serafico avvertì il mutamento, nella propria anima, apportatore una «nuova disposizione spirituale»[xxxi].
Egli comprese però anche tutta la propria vicinanza e, contemporaneamente, tutta la propria lontananza dalla figura, dal carattere e dalla vocazione del Poverello. Dall’episodio mistico del Serafino alato, Bonaventura comprese l’unicità della missione di Francesco: l’appartenenza al futuro, escatologico e finale ordo seraphicus, ovvero alla schiera di coloro ritenuti degni dell’epoca apostolica, passata, ma anche di là da venire. Collocava invece sé stesso e l’Ordine dei Minori nel secolare ordo cherubicus, coloro cioè i quali non potevano ancora realizzare il vero Ordine francescano; non potevano realizzare l’Ordine voluto da San Francesco, per una minore statura spirituale[xxxii].
Considerata quindi questa somma umiltà, evidenziata da Joseph Ratzinger, del santo di Bagnoregio, che non esita a riconoscersi indegno dell’ordine apostolico escatologico, si possono adesso riassumere i tratti fondamentali della personalità bonaventuriana e francescana, rispetto anche alle opinioni degli autori precedenti.
Differenze vocazionali e spirituali:
§ In Bonaventura la scienza speculativa è intenzionalmente ricercata, non soltanto per via illuminativa, ma propriamente per mezzo della ricerca teoretica.
§ In Francesco la scienza ha interesse in quanto infusa, per illuminazione mistica. Egli deve incarnare la figura del Cristo crocifisso, apparentemente anti-razionale, «stoltezza per i pagani»[xxxiii].
Qualità comuni:
§ Ideale della sequela Christi integralmente attuata.
§ Inutilità e pericolosità di una scienza fondata sulla vana curiosità, al posto dell’amore cristiano.
[i] Nome battesimale e cognome di San Bonaventura. Per il cognome: anche Fedenza.
[ii] Ritengo che la cronologia bonaventuriana proposta da Jacques Guy Bougerol sia la più attendibile, perché fondata su una più ampia ricerca. Nella presente tesi mi attengo ad essa. Pubblicata in: J. Guy Bougerol, Introduzione a S. Bonaventura, vers. it. A. Calufetti, Edizioni L.I.E.F., Vicenza 1988, pp. 9-16.
[iii] “Fanciullo offerto”. Offerto dai genitori al convento, per lo studio e per l’eventuale vocazione religiosa.
[iv] J. Guy Bougerol, Introduzione generale, op. cit. p. 26.
[v] Vedi §2.1, p. 14.
[vi] Dal 1235 al 1243. J. Guy Bougerol, Introduzione a San Bonaventura, op. cit. p. 10.
[vii] M. Sgarbossa, Bonaventura, op. cit. p. 2.
[viii] E. Bettoni, S. Bonaventura, La Scuola, Brescia 1944.
[ix] Ibid. p. 10.
[x] Ibid. p. 11.
[xi] Epist. de tribus quæst. n. 13 (VIII, 336). Cit. in: J. Guy Bougerol, Introduzione a San Bonaventura, op. cit. pp. 22-23.
[xii] Cfr. § 2.2, p. 17 ss.
[xiii] Cfr. Epist. de tribus quæst. n. 13 (VIII, 336). Cit. in: J. Guy Bougerol, Introduzione a San Bonaventura, op. cit. pp. 22-23.
[xiv] Ad esempio lo Sgarbossa: «In Bonaventura filosofia, teologia e mistica si fondono, ma non si confondono». Cit. in: M. Sgarbossa, Bonaventura, op. cit. p. 64.
[xv] Sono comunque numerosi gli es. che apporta alle proprie tesi.
[xvi] Cfr. San Bonaventura, L’itinerario della mente in Dio, a cura G. Zuanazzi, La Scuola, Brescia 1995, p. 65. (Itin. prol. n. 4): «Pertanto invito, anzitutto, il lettore al gemito della preghiera […] perché non creda che gli basti la lettura senza l’unzione, […] l’intelligenza senza l’umiltà […]».
[xvii] San Bonaventura, Itinerario dell’anima a Dio, a cura L. Mauro, Bompiani, Milano 2002, p. 52. (Itin, prol. n. 2): «ibique exsistens, dum mente tractarem aliquas mentales ascensiones in Deum, inter alia occurrit illud miraculum, quod in praedicto loco contigit ipso beato Francisco, de visione scilicet Seraph alati ad instar Crucifixi».
[xviii] La teofania è una manifestazione del divino, di Dio.
[xix] Cfr. G. Campanini - G. Carboni, Vocabolario latino-italiano / italiano-latino, G. B. Paravia & C, Torino 1913.
[xx] Con i frutti di questa speculazione, infatti, Bonaventura redige l’Itinerarium mentis in Deum.
[xxi] Lm XIII, 1. p. 178.
[xxii] Cfr. Epist. de tribus quæst. n. 12 (VIII, 336). Cit. in: J. Guy Bougerol, Introduzione a San Bonaventura, op. cit. p. 30.
[xxiii] Lm I, 3. p. 16: «Il Signore gli fece vedere in sogno [a San Francesco - ndr] un grande meraviglioso palazzo, con tante armi recanti il segno della croce di Cristo. […] Ed avendo egli domandato di chi fossero tutte quelle armi, la voce divina rispose che erano tutte destinate a lui ed ai suoi cavalieri».
[xxiv] 1911-1987. Sacerdote e francescano conventuale. Filosofo e teologo, è stato docente alla Pontificia Facoltà Teologica S. Bonaventura (Roma), nonché Pontificio Ateneo Antonianum (Roma). Ha, inoltre, ricoperto la carica di Consultore della Sacra Congregazione per le Cause dei Santi.
[xxv] Vedi § 3.1, pp. 24-25.
[xxvi] «Per questo [per quanto espresso nell’epistola - ndr] S. Bonaventura, contrariamente a quanto si espresse il B. Egidio [“Parigi, Parigi, tu distruggi Assisi!”, cfr. § 2.2, p. 21 - ndr], e a quanto più tardi dirà Jacopone da Todi [“(…) mal vedemmo Parisi, ch’n’ha destrutto Ascisi”, cfr. § 2.2, p. 21 - ndr], vedrà nello studio francescano di Parigi come una fonte di ricchezza intellettuale, da cui si sarebbero partiti per tutto il mondo rivoli ristoratori […]». Cit. in: A. Blasucci, La spiritualità di San Bonaventura, Città di Vita, Firenze 1974, p. 24.
[xxvii] Ibid. «La scienza […] come uno dei mezzi di apostolato, veniva da lui [da Bonaventura - ndr] giustificata conforme alla stessa Regola, che prescrive la predicazione, e quindi l’implicita necessità di avere libri […]».
[xxviii] J. Ratzinger, San Bonaventura. La teologia della storia, Nardini, Firenze 1991.
[xxix] Cfr. op. cit. p.188.
[xxx] Ibid.
[xxxi] Ibid. p. 32.
[xxxii] Cfr. ibid.
pp. 76-77 ss. 110-111 ss.
[xxxiii] «E mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani». 1 Cor 1, 22-23.