Bonaventura e Francesco

 

di Don Lucio Luzzi

 

Non abbiamo molti dati personali sulla vita di Bonaventura, tuttavia attraverso i suoi scritti si può capire quale è stato l'influsso di Francesco su di lui.

II primo impatto con Francesco è avvenuto in occasione della gravissima malattia che lo colpì tra i 9 e i 14 anni, quando la madre chiese a Dio la grazia della guarigione del figlio attraverso l'intercessione di san Francesco. Non appena "strappato dalle fauci della morte e restituito incolume al "vigor della vita" fu consegnato dalla madre ai frati minori del convento di Bagnoregio (Viterbo) presso i quali non soltanto studiò, ma incominciò a conoscere il loro fondatore.

 

Più tardi nel 1243 Bonaventura entrò a far parte dell'Ordine sedotto non soltanto dall'esempio di alcuni docenti universitari francescani, ma soprattutto dallo spirito evangelico del poverello di Assisi. Osservando poi che tra i francescani si trovava gente umile ed eminenti studiosi, si persuase che si potevano benissimo conciliare umiltà e povertà con la speculazione sapienziale.

Eletto ministro generale dell'Ordine, appena conosciuta un mese dopo, la notizia, dato che non era presente al Capitolo celebrato a Roma il 2 febbraio 1257. scrisse subito una lettera circolare segnalando i problemi gravissimi del momento e formulando un primo e urgente programma. Era necessario che l'Ordine tornasse immediatamente allo spirito di Francesco, suo modello incontrastato, ripristinando lo spirito di orazione, tornando alla povertà ed alla austerità e soprattutto selezionando i candidati. Tutto questo zelo si giustificava con la sua devozione a Francesco.

 

Nel 1259 salì alla Verna imitando il padre Francesco considerando il luogo come "quieto rifugio ove cercare la pace dello spirito". Quella ascesa fu provvidenziale perché aiutò Bonaventura a capire meglio Francesco ed a capire quale doveva essere il cammino della creatura per raggiungere la sapienza cristiana. È sulla Verna che intuì il significato del Serafino alato in forma di crocifisso visto da Francesco. In tale visione gli veniva offerta l'estasi contemplativa del Padre e la via che ad essa conduce fu così che venne concepito e realizzato "L'Itinerarium mentis in Deum".

Così, come sulla Verna, "nella polvere della carne" di Francesco furono tracciati i segni della sapienza cristiana, così sullo stesso monte Bonaventura si aprì alla sapienza cristiana attraverso il desiderio e l'ele­vazione delle cose terrene.

La vita eroica e le stigmate di Francesco furono per Bonaventura l'argomento trascinante che lo condussero a riprodurre sul piano speculativo ciò che Francesco aveva vissuto sul piano ascetico. Nell'Itinerarium infatti si incontrano il francescano e l' uomo di cultura, l'esperienza intima e la speculazione, la pietà e la scienza, la devozione e l'investigazione.

Quando Bonaventura ripercorse i luoghi di Francesco, non vi andò per puro studio, ma a di pellegrinaggio alla ricerca della ispirazione del maestro. È per questo che la Legenda Maior, o vita di Francesco non è scritta da un freddo impiegato ma da un cuore profondamente innamora­to. Tuttavia per Bonaventura il vero modello da imitare è Cristo e Francesco è solo un aiuto per raggiungere lo scopo.

In moltissime opere di Bonaventura è presente Francesco, ma quella principale è la Legenda Maior: "la vita di Francesco" perché è lì che la figura del Serafico vista da Bonaventura emerge al massimo.

 

Bonaventura non ha conosciuto Francesco, ma attraverso le testimonianze ancora fresche e la regola si è fatto un concetto altissimo di Lui. Francesco, con la vita e la missione si immerse in Dio senza troppa speculazione divenendo esem­pio vivente di Cristo e maestro insuperabile nel cercare le tracce di Dio nelle sue creature. Il Poverello, secondo il Dottore, si può paragonare ad una meteora che più si avvicina al sole e più si purifica finché assorbita dall'astro celeste, diviene con lui una sola cosa. Infatti le stigmate sono la dimostrazione dell' avvenuta amalgamazione Dio/Francesco. E’ per questo che il Poverello è descritto dal Dottore con una infinità di titoli perché è tanta la sua ammirazione da considerarlo un diamante dalle infinite sfaccettature: Uomo, uomo di Dio, servo, padre, povero, araldo, soldato di Cristo, pastore, duce, amico di Cristo, amico dello sposo, amico dell'Altissimo, amico dell'apostolica povertà, esemplare, negoziatore, professore, spec­chio, architetto, medico, confessore, stella.

Per illustrare meglio la personalità di Francesco, Bonaventura si serve della tipologia biblica. Mosè salì sul Sinai dove, dopo 40 giorni, ricevette le tavole della legge, poi le infranse e le riebbe di nuovo.

 

Francesco dopo un ritiro di 40 giorni, sul monte de La Verna, stese la regola, la smarrì e la stese di nuovo identica alla prima. Come Eliseo, Bonaventura attribuisce a Francesco la frase "Carro e guida" pronun­ciata dal profeta, guardando Elia che scompari­va su di un carro di fuoco.

Francesco viene para­gonato ad Enoch per le sue capacità profetiche e a Giobbe per la sua pazienza. Viene anche collocato tra David "il pastore" e Pietro "il pescatore" con la qualifica di "mercante" Francesco, mentre andava verso la Puglia, durante una visio­ne esclamò come Paolo "Signore che vuoi che io faccia?" (At 9,6).

 

Per quanto riguarda le similitudini di Francesco con Cristo basterà ricordare il digiuno di Gesù nel deserto e quello di Francesco, la salita sul Tabor e quella sulla Verna.

Viene paragonato al Gesù di Emmaus, quan­do, travestito da viandante, nel giorno di Pasqua chiese l'elemosina ai suoi frati. Per non parlare delle stigmate che resero Francesco perfetta­mente conforme al suo modello: Cristo.

E poiché la conformità era l'idea­le del poverello, Bonaventura la descrive in maniera particolare Il Gesù apparso spregevole come un lebbroso è l'esperienza che Francesco prova nell'incontro con il lebbroso. La spoliazione davanti al vescovo di Assisi è stata l'occasione per iniziare a vivere nudo con il nudo. E quan­do Francesco scopre la croce, essa diventerà l'ideale Francescano: "cro­cifisso con il Crocifisso", il tema principale della predicazione, il simbolo della missione e l'arma contro il maligno.

 

Per arrivare alla piena conformità con Cristo il Dottore indica i tre gra­dini sperimentati da Francesco.

Il primo esige la generosità nei confronti dei poveri e dei lebbrosi, la disponibilità ad ascoltare lo Spirito, la soppor­tazione delle difficoltà, il dominio della carne, il disprezzo del mondo, e poi l'austerità, l'umiltà, l'obbedienza e la povertà.

Il secondo gradino è quello illuminativo sperimentato da Francesco quando si è incontrato con il vangelo e che si perfezionò con la stesura della Regola e con la pratica della pietà, della carità e della preghiera.

Il terzo gradino è quello unitivo che porta alla più perfetta comprensione delle Scritture, allo spirito di profezia, ma soprattutto a comprendere con l'amore, ciò che la scienza non era in grado di spiegare. La massima espressione della via unitiva è la stigmatizzazione che quasi non fa distin­guere Cristo da Francesco.

Più oltre non si va perché Francesco ha rag­giunto la Gloria.