Commemoratio Omnium Fidelium Defunctorum

 

A proposito di morte, riesumo anch’io qualche mia considerazione teologica di qualche anno addietro.

Morire non è difficile. È impossibile. O meglio, è assai più facile che un cammello passi per la cruna di un ago.

Parlo del morire per non incorrere nel rimprovero di Blaise Pascal: «Gli uomini, non avendo nessun rimedio contro la morte, la miseria e l'ignoranza, hanno stabilito, per essere felici, di non pensarci mai

Eppure non da sempre la morte è stata un dramma: a questo proposito la Scrittura risponde parzialmente. Non si comprende bene, cioè, perché il morire di Adamo - prima del peccato d’origine - non ponesse problema o agitazione.

 

È corretto pensare che Adamo non morisse, o che la separazione dell’anima dal corpo non costituisse un evento drammatico?

Certamente Dio non creò la morte ma, come insegna San Paolo, «la morte è entrata nel mondo a causa del peccato» (cfr Rm 5, 12). O anche: «È per invidia del diavolo che la morte è entrata nel mondo e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono.» (Sap 2, 24)

Tuttavia il Genesi precisa che, qualora l’uomo avesse mangiato dell’albero del bene e del male, sarebbe certamente morto (cfr Gen 2, 17).

 

Specificando ulteriormente: il verbo “morire” in ebraico è met. Per usare il superlativo si ripeteva la parola due volte (es. “buono-buono”, per dire “buonissimo”).

In Gen 2, 17 (ebr. “umeets hadaat tov vara lo tokhal mimenu ki beyom akhalkha mimenu mot tamut”) troviamo, a fine pericope, “mot tamut” (suona un po’ come “morire-morire”), generalmente tradotto con “certamente morirai”. La traduzione è un po’ infelice: in ebraico c’è una chiara ripetizione di met (morire).

Al superlativo suonerebbe con l’inesistente italiano “morir-issimo”.

Preferisco la traduzione “morendo morirai”. È più teologica. Spiega infatti che l’uomo, con la disobbedienza, non si limiterà a morire (un fatto comunque naturale), ma morirà “morendo” - con angoscia.

 

Si intravvede, quindi, tutto il dramma che il peccato comporta nella morte.

Abbiamo così risolto il mistero del trapasso? Nemmeno per sogno. Ma abbiamo introdotto l’argomento in maniera teologica, ovvero cercando una riflessione sul dato della fede.

È singolare il succitato passo della Sapienza, che non ingloba tutti nell’esperienza della morte, ma solo «coloro che gli appartengono [al diavolo]».

Si può fare l’ipotesi che il redattore della Sapienza non volesse riferirsi alla morte in generale (fatto biologico), ma alla morte causata dal peccato. Cioè, non alla morte prima della disobbedienza, ma all’angoscia mortale causata dal peccato.

 

Non è, dunque, privo di fondamento teologico l’accostamento della morte del giusto (colui che è redento dal peccato) al sonno naturale.

Per i Santi, a questo proposito, più che di morte, si usa parlare di “dormitio” (la più celebre e celebrata è quella della Vergine Maria).

E la “città dei morti” pagana (necropolis), diventa il cristiano “dormitorio” (cemeterion).

Non che qualche pagano non sia giunto ad analoga conclusione: «Che è il sonno, se non l'immagine della gelida morte?» (Ovidio).

Non è, infatti, errato intravvedere nella realtà della morte un problema metafisico.

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silvio