Purgatorio, mistero d’amore

 

Cari amici,

essendo ormai vicino il mese di novembre inserisco una piccola, sintetica riflessione di natura storica su un grande mistero sempre poco valorizzato. Piuttosto che lasciarla nel computer - in effetti doveva avere uno spazio su una rivista divulgativa, cosa che poi non è avvenuta - ho pensato di metterla nel nostro blog, sperando che possa offrire qualche spunto utile.

 

Il Purgatorio, mistero della misericordia divina.

 

O Amore, che si può dire di te?

Chi ti sente non ti intende,

e chi ti vuole intendere non ti può conosce

… O fuoco di amore, in questo uomo che fai tu?

Lo purifichi come il fuoco l’oro,

e poi lo conduci in patria con te

a quel fine per il quale l’hai creato.

 

Santa Caterina da Genova, Dialogo tra l’anima e il corpo

 

Il Purgatorio, santo mistero dell’amore di Dio per l’uomo, si manifesta attraverso un fuoco d’amore che brucia le scorie dell’anima, conducendola verso la meta ultima per cui essa è stata creata: la contemplazione della Santissima Trinità. E’ così, in uno slancio mistico pieno di passione, che Santa Caterina da Genova ( 1447-1510) descrive, semplicemente ed efficacemente, l’esperienza del Purgatorio: una realtà di fede tra le più belle e, allo stesso tempo, tra le più trascurate dalla teologia contemporanea (come tutti i Novissimi, del resto, anche se non mancano piccoli segnali di un rinnovato interesse per i destini ultimi dell’essere umano, cioè per quelle realtà cosiddette “escatologiche”, ultraterrene). Le esperienze mistiche della santa genovese hanno contribuito in maniera essenziale alla conoscenza del Purgatorio e allo sviluppo della devozione per le Anime Purganti, e le parole da lei pronunciate contengono tutti gli elementi essenziali che servono a descriverne la realtà.

 

L’Amore di Dio, innanzi tutto. Il Purgatorio è la possibilità, offerta dal Signore a quelle anime non ancora degne di salire in Paradiso, e tuttavia salvate dalla dannazione eterna nell’Inferno, di purificarsi per accedere, dopo la morte, alla visione beatifica di Dio insieme alla Vergine e ai santi. La purificazione avviene attraverso un fuoco la cui esistenza, tuttavia, non fa parte della dottrina rivelata, ma rientra nell’ambito delle cosiddette “sententia communis” (opinioni ritenute comunemente vere dalla maggior parte dei teologi). Questo fuoco è emanato direttamente dall’amore di Dio, che vuole le anime prive anche della più piccola macchia di peccato, ed è reale, concreto, anche se non come una fiamma che brucia in un camino; è piuttosto un fuoco spirituale che causa punizione e tormento ma, allo stesso tempo, è efficace strumento di graduale perfezione e avvicinamento dell’anima a Dio. A questo fuoco si aggiunge il tormento spirituale della temporanea lontananza dalla contemplazione eterna della Trinità, la cui essenza è stata percepita dall’anima purgante per un breve “attimo”( volendo usare concetti umani, visto che nell’al di là esiste solo la dimensione dell’eternità) al momento del Giudizio particolare, subito dopo la morte. Le testimonianze di santi e mistici concordano nel definire il Purgatorio un luogo vero e proprio, non una semplice condizione dell’anima. Questo posto è buio e tenebroso, come un oscuro carcere in cui l’anima si purifica a seconda delle colpe da espiare. Tuttavia, in esso è sempre viva la speranza di accedere al Cielo e questa tensione interiore, insieme al progredire della purificazione, reintroducono in qualche modo l’idea di tempo, assente nell’Inferno e nel Paradiso. Come testimoniano alcune visioni mistiche, le anime sono spesso confortate dalla visita periodica della Vergine, di San Michele Arcangelo e dall’intercessione dei santi, oltre che ovviamente dalle preghiere dei vivi (la Chiesa militante). Molte visioni mistiche e rivelazioni private, inoltre, concordano nel descrivere il Purgatorio come un luogo diviso in tre settori, a seconda della gravità delle colpe non espiate sulla terra. Le anime purganti, poi, per il principio della comunione spirituale tra i vivi e i morti (la Comunione dei Santi), sono in grado di intercedere per noi presso Dio tramite la preghiera.

 

Nel suo libro “La Nascita del Purgatorio”, il celebre medievista Jacques Le Goff ha formulato una tesi molto diffusa nella cultura moderna secolarizzata. Sostanzialmente, il Purgatorio e la devozione per le anime in esso rinchiuse sarebbero stati “inventati”dalla Chiesa tra il XII e il XIII secolo, sotto l’influsso di determinate strutture economiche, sociali e culturali. Una tesi che sembra assumere un sapore fortemente marxisteggiante anche se, a detta di Le Goff e altri, sarebbe stata fraintesa. Questa sua tesi è certamente espressa in maniera abbastanza indiretta e celata dietro una profonda erudizione accademica, suppure velatamente polemica verso le istituzioni della Chiesa. Tuttavia, non corrisponde del tutto a verità. Il credo della Chiesa su un luogo dove le anime dei defunti si purificano, infatti, ha radici salde nelle Sacre Scritture e nella Tradizione (cfr. ad es. 2 Mac 12, 38-45; 1 Cor 3, 10-15, 1 Pt 1, 7). Nel corso dei secoli, questa realtà di fede è stata confermata dalla riflessione dei Padri della Chiesa (specialmente Sant’Agostino e San Gregorio Magno), dalla costante pratica della preghiera per i defunti e da cerimonie quali il refrigerium, rito di origine pagana successivamente cristianizzato, durante il quale i cristiani lasciavano presso la tomba del morto cibi e bevande, poi consumate da poveri e bisognosi (un rituale, quindi, avente risvolti anche “sociali”). Numerose sono inoltre le iscrizioni nelle catacombe cristiane che, fin dal III-IV sec., invitano a “orare pro eo” (“pregare per lui”, cioè per il defunto). Molto importante per lo sviluppo della dottrina del Purgatorio è stata, tra l’altro, la visione di Perpetua, martire a Cartagine nel III sec. L’episodio è riportato nella famosa “Passione di Perpetua e Felicita”, e narra di una visione avuta dalla santa in cui le apparve il fratellino Dinocrate, morto in giovanissima età, con il volto sfigurato da un cancro ed estremamente sofferente. Perpetua descrive un luogo tenebroso, in cui il fratello e altre anime di defunti soffrono profondamente, ma possono essere aiutate dalle preghiere dei vivi. Quella di Perpetua è, di fatto, la prima descrizione approfondita e sistematica di quel “luogo purgatorio” la cui natura verrà ulteriormente precisata dalla Chiesa Cattolica tramite un pronunciamento dogmatico, soprattutto quello di Innocenzo IV del 1264, ribadito poi nei Concili di Firenze ( XV sec.) e Trento ( XVI sec.). Nel fare questo, la Chiesa si muoverà anche sulla scia di un illuminante commento sulla visione della martire Perpetua, offerto da Sant’Agostino.

 

Il periodo compreso tra il X e l’XI secolo è un momento chiave nello sviluppo del culto dei morti. E’nell’ambito della spiritualità benedettina, e precisamente nel venerando monastero di Cluny, fondato in Francia nel 910, che nasce il desiderio di dare alle celebrazioni in onore dei defunti uno spazio adeguato nel calendario liturgico. L’usanza di commemorare i morti il 2 novembre è stata infatti istituzionalizzata nella Chiesa soprattutto a seguito dell’opera di Odilone, abate di Cluny (m.1049). A Cluny, vero faro della Cristianità medievale europea, l’attenzione per la dimensione della morte era sempre stata fortissima, esplicitandosi attraverso una fitta rete di preghiere e commemorazioni in onore di abati, signori e monaci defunti. In seguito alla visione del Purgatorio di un eremita siciliano, riportata a sant’ Odilone da un monaco viaggiatore (la fonte di questo racconto è la biografia di Odilone scritta dal monaco Jotswald), il santo abate decise di far celebrare nei cenobi dipendenti da Cluny l’Ufficio in onore dei defunti già dai Vespri del 1° novembre, in cui si celebra la festa di Ognissanti. L’Ufficio doveva essere annunciato con i tradizionali rintocchi funebri delle campane. Il giorno immediatamente successivo (2 novembre), l’Eucarestia doveva essere offerta, come ordinò Odilone, “pro requie omnium defuntorum” (“per la pace di tutti i defunti”). Il 2 novembre venne scelto per sottolineare volutamente il tema della Comunione dei Santi, nella quale si esplica efficacemente il rapporto spirituale e affettivo tra il mondo ultraterreno e quello dei vivi attraverso una preghiera reciproca: i vivi pregano per i morti, e i defunti pregano per i vivi, con la centro il potente ausilio dei Santi che intercedono per i vivi presso il Signore. Questa tradizione venne accolta con fervore nella Chiesa cattolica, che incominciò a celebrare regolarmente l’”anniversarium omnium animarum” (“anniversario di tutti i defunti”) in tutto il mondo cristiano. La scelta di celebrare la festa il 2 novembre, tra l’altro, ben si adatta anche ai cicli della natura, che proprio all’inizio di novembre entra in quiescenza; è allora che i contadini approfittano per le ultime semine, in previsione della rinascita primaverile. Novembre è il preludio dell’inverno, il tempo in cui tutte le cose “muoiono” per poi rinascere appunto a primavera. Un mese, quindi, propizio per ricordare tutti i defunti.

 

La devozione per le anime del Purgatorio, nel corso dei secoli, ha dato vita a una serie di pratiche pie che, anche se oggi piuttosto declinanti, offrono spunti ricchissimi di meditazione e di preghiera. Tra queste, molto antica quella delle Messe gregoriane (così chiamate da papa Gregorio Magno, VI sec.), che prevede la celebrazione dell’Eucarestia per un defunto per trenta giorni consecutivi. Altrettanto diffusa è la Corona dei Cento Requiem. Per questo pio esercizio, ognuno può servirsi di una corona comune di Rosario, recitandola tutta due volte per formare le dieci diecine, ossia il centinaio di Requiem. S'incomincia col recitare un Pater noster, e poi una diecina di Requiem sui dieci grani piccoli della corona, alla fine della quale si dirà sul grano grosso la seguente giaculatoria: Gesù mio, misericordia delle Anime del Purgatorio, e specialmente dell'Anima di N. N. e dell'Anima più abbandonata. Quindi si recita di séguito la seconda e le altre diecine di Requiem sui dieci grani piccoli se¬guenti, ripetendo la suddetta giaculatoria invece del Pater noster ad ogni grano grosso, ossia al termine di ogni diecina. Alla fine delle diecine (ossia il centinaio) di Requiem, si recita il De profundis.

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Paolo